venerdì 20 marzo 2015

RELITTO HAVEN

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ARENZANO (GE) - RELITTO DELLA PETROLIERA "HAVEN" Un ringraziamento particolare va ad Agostino Chiappe, autore del bellissimo sito www.ilgigantedelmediterraneo.it interamente dedicato alla "Haven", dal quale sono state tratte molte delle informazioni presenti in questa pagina.
LA STORIA DELLA "HAVEN"VLCC "HAVEN" - caratteristiche principali

Nome: "HAVEN" (ex "AMOCO MILDFORD HAVEN")
Bandiera: Cipro
Porto di iscrizione: Limassol
Matricola: 707632
Cantiere di costruzione: Asterillos Espanoles – Cadiz (Spagna)
Anno di entrata in esercizio: 1973
Registro di classificazione: American Bureau of Shipping
Classe: A1 Oil Carrier
Tipo: VLCC (Very Large Crude Carrier)
 

Dimensioni principali 
Lunghezza fuori tutto: 344 m
Larghezza massima: 51 m
Altezza di costruzione: 26 m
Immersione estiva a pieno carico: 20 m
Dislocamento a pieno carico: 267.500 t
Portata lorda: 232.166 t
Capacità cisterne del carico 283.626 m3
Apparato propulsore: n. 1 motore diesel a 2 tempi
Costruttore: Burmeister & Wain
Tipo: 8K98FF
Numero cilindri: 8
Diametro cilindri: 980 mm
Corsa: 2000 mm
Potenza max continua: 30.400 HP (22.353 kW) a 103 giri/min

LA CRONACA DELL'INCIDENTE

La mattina dell’11 aprile 1991 la "Haven" si trovava all’ancora nella rada di Genova, in attesa di ordini dopo il parziale sbarco del suo carico di greggio iraniano. In vista di future operazioni commerciali era stato predisposto di travasare il greggio rimasto dalle cisterne laterali alle cisterne centrali. Il primo travaso fu fatto il 10 aprile, senza inconvenienti di rilievo; al secondo travaso fu dato corso il mattino dell’11 aprile intorno alle 11:20. Intorno alle 12:30 (l’ora esatta non è nota) si verificarono scuotimenti, vibrazioni e rumori metallici. Poco dopo nella zona prodiera, in corrispondenza della cisterne 1 e 2, si verificò un’esplosione con immediato sviluppo di fumo e fiamme. Si ritiene che a seguito di tale esplosione sia stata divelta e proiettata in mare la parte di coperta che ricopriva la cisterna 1C e la parte prodiera (per circa un terzo della relativa lunghezza) della cisterna 2C. Tale parte di coperta, indicata anche come "scudo prodiero", giace attualmente su un fondale di circa 90 metri, nella posizione 008° 45’ 01.71”E; 44° 22’ 09.23”N. 
Al momento dell’incidente erano presenti a bordo circa 144.000 tonnellate di greggio Iranian Heavy, oltre al combustibile per il motore propulsore e le motorizzazioni ausiliarie (nafta e gasolio diesel per un totale di circa 9.200 tonnellate) e all’olio lubrificante (più di 230 tonnellate). Risulta che la "Haven" abbia fatto bunker nel corso della sosta a Genova. A seguito della richiesta di soccorso della nave, numerosi mezzi nautici si portarono vicino alla nave e trassero in salvo l’equipaggio ed i tecnici presenti a bordo, mentre il comandante Petros Grigorakakis e altre quattro persone (tre membri dell’equipaggio e uno dei tecnici) perirono nell’incendio successivo alla prima esplosione.
Poiché il vento faceva dirigere verso poppa le fiamme dell’incendio di prora, è verosimile ritenere che l’irraggiamento delle fiamme abbia provocato, fin dai primi minuti dopo l’esplosione, un progressivo riscaldamento delle cisterne integre e un aumento della pressione nelle stesse che ha successivamente determinato lo sfondamento dei portelli e delle relative strutture. 
Alle ore 13.00 circa si verificò una nuova esplosione, a seguito della quale la nave subì una notevole flessione in corrispondenza della cisterna 1. Si pensa che questa esplosione abbia provocato la rottura della catena di ancoraggio e da quel momento la "Haven" andò alla deriva, spinta verso ponente dalle correnti. 
A causa delle forti esplosioni la nave subì gravi danni strutturali e iniziò ad affondare assai lentamente, assumendo un assetto inclinato con la prua sommersa. Lo sfondamento dei portelli delle cisterne ebbe come conseguenza l’incendio del carico che, in presenza della coperta ancora integra, incominciò a bruciare a "candela" attraverso i portelli. 
Nel pomeriggio dell’11 aprile l’incendio si estese anche alla sovrastruttura poppiera, poi alle acque immediatamente circostanti su cui si era sparso il greggio in seguito alle esplosioni che in totale furono otto. Una di tali esplosioni squarciò la fiancata sinistra della nave in corrispondenza della cisterna 5P e della cassa principale di sinistra della nafta del motore propulsore. 
Il 12 aprile la nave in fiamme venne agganciata da un rimorchiatore e trainata verso costa, al largo di Arenzano. Durante le operazioni di traino, il relitto si spezzò in corrispondenza della flessione verificatasi con la seconda esplosione. Il troncone di prua, lungo circa 95 metri, affondò senza apparenti spandimenti di greggio su un fondale di circa 480 metri, nella posizione 008° 41’ 18.83”E; 44° 16’ 22.42”E. 
La parte poppiera della nave affondò alla ore 10:05 del 14 aprile 1991 al largo di Arenzano su fondali di circa 80 metri nel punto 008° 41’ 59.58”E; 44° 22’ 25.75”N. L’incendio durò in totale circa 70 ore, fino al completo affondamento della nave.
L’incidente provocò un grave inquinamento delle acque marine, dei fondali e della costa ligure da Genova a Savona.
Le immersioni sulla "Haven"
Il relitto della petroliera "Haven" può essere visitato in due modi: in configurazione ricreativa, arrivando fino a 40 metri e utilizzando normale aria, oppure tecnica, scendendo fino all'elica, a 80 metri e utilizzando una miscela Trimix (normalmente TX18/40, o TX20/45 fino a 70 metri e TX15/50fino a 80 metri). L'immersione ricreativa, raramente eseguibile in curva di sicurezza in quanto il tempo di fondo sarebbe di soli 10 minuti, è comunque troppo breve per la visita del relitto, che necessita invece di circa 20-25 minuti da trascorrere tra i 40 e 45 metri. In configurazione tecnica invece, ma sempre respirando aria, il relitto può essere visitato con una guida subacquea, scendendo anche fino a 60 metri, utilizzando con bombole da fianco per la decompressione in EAN50 e/o O2 puro. In questo caso il tempo di fondo rimane sui 20 minuti, con un tempo totale di immersione di circa 70-75 minuti.
La petroliera "Haven" è stata sottoposta a regime di area protetta dalla Capitaneria di Porto di Genova, che ha disciplinato le immersioni e l'accesso sul relitto. L’ordinanza n. 305 del 28 settembre 1999 prevede la possibilità di immergersi, se in possesso del brevetto corrispondente alla propria quota di immersione, solo ed esclusivamente con la presenza di una barca d'appoggio e accompagnati da una guida iscritta al registro della Regione Liguria. Il rapporto guida-sub per il relitto della “Haven” è di 3 a 1, mentre nelle altre aree protette (come la Riserva Marina di Portofino e altri relitti della Liguria) rimane di 5 a 1.
Oggi lo scafo della "Haven" si presenta ormai completamente colonizzato da una ricca fauna bentonica. Il relitto giace in assetto di navigazione ed è interamente visitabile, sia in lunghezza che in penetrazione (i suoi 7 ponti e la sala macchine), immergendosi a profondità comprese tra i 35 e i 75 metri.
Nel corso degli anni la sezione poppiera dietro il castello, che ospita i grandi argani e le bitte di ancoraggio fortemente inclinate di 50 gradi verso l'interno, è gradualmente collassata a causa dei cedimenti strutturali verificatisi sottocoperta. Qui la coperta della nave si inclina verso il centro della poppa, implodendo e formando una depressione che raggiunge ormai i 61 metri di profondità nel punto centrale poppiero, in corrispondenza della verticale del timone. Il monitoraggio strutturale del relitto, che viene effettuato periodicamente, include anche il controllo di queste lente ma inesorabili modifiche dello scafo.
Tutta la lunghezza della prua è percorribile per circa 150 metri, con un tempo di fondo minimo per andata e ritorno di circa 25 minuti a 54 metri di profondità. Navigando nella zona di prua, sia all'andata che al ritorno per orientarsi si può seguire  la rete dei tubi di flusso del petrolio che corrono lungo la coperta tra 54 e 56 metri di profondità. L'estrema punta della prua, posatasi a 490 metri di profondità a seguito del suo distacco avvenuto il 12 aprile 1991 durante le operazioni di rimorchio, è ovviamente inaccessibile ai subacquei. La parte anteriore della "Haven" termina con un taglio verticale, frastagliato. E' possibile l'accesso a prua all'interno della smisurata cavità, larga 52 metri e alta 20 metri, che si trova tra i 60 e gli 80 metri di profondità. Questa enorme apertura permette la penetrazione, in completa oscurità, all'interno degli enormi serbatoi di stoccaggio del petrolio, che sono divisi in grandi camere. L'esplorazione di questa sezione è strettamente riservata a immersioni in miscela ipossica e a subacquei con un alto grado di addestramento e viene raramente eseguita dai diving locali.
I miei primi due tuffi sulla "Haven"... il coronamento di un sogno!

Sabato 8/12/2007 ore 11:48 Prof. 40.5 m. Temp. 14 °C Run time 51 min.

Scendiamo in quattro sub lungo la cima che ci porta direttamente sulla controplancia della nave (cioè sul tetto del ponte di comando, nel castello di poppa). La visibilità non è eccezionale: non si vede oltre i 10-15 metri. Arriviamo a 33 metri di profondità, ci diamo l’ok e scendiamo ancora giù fino al secondo ponte in cui c’è l’alloggio del comandante. Arriviamo a 40 metri di profondità ed entriamo nel cassero di poppa dalla porta centrale posta a poppavia del secondo ponte. Visitiamo l’alloggio del comandante, nuotando in fila indiana lungo il corridoio che lo percorre e arrivando sino in fondo dove termina, poi torniamo indietro. Terminato il giro nel ponte del comandante, saliamo lungo l’ampia scala che porta al soprastante ponte di comando e, arrivati in cima, tenendo alle nostre spalle il locale radio, percorriamo un piccolo corridoio dove a sinistra c’è la sala nautica e a destra ci sono gli ampi finestroni del ponte di comando. Adesso ci troviamo a 37 metri di profondità. L’ampio locale è completamente spoglio e privo di ostacoli, ed è tutto circondato da ampie finestre che si affacciano nel blu attraverso le quali si vedono nuotare nuvole di delicate castagnole rosa. Affacciandomi da una delle finestre del ponte di comando riesco appena a intravedere la sagoma scura della coperta che si trova una ventina di metri più sotto di me. E' uno spettacolo da togliere il fiato: sembra di affacciarsi dal tetto di un palazzo di sette piani! Usciamo dalla plancia e ci dirigiamo a nuoto verso quello che resta dell’enorme fumaiolo. Il fumaiolo della "Haven" è stato tagliato accorciandolo di una decina di metri per non intralciare la navigazione delle navi dirette verso il Porto Petroli di Genova. La parte più alta del troncone del fumaiolo ora si trova a 32 metri di profondità e ci si arriva utilizzando una cima guida, che parte dal parapetto a poppavia del ponte di comando. La sommità del fumaiolo è ricca di vita e c’è una grande quantità di pesci, che sicuramente trovano delle condizioni ideali nella corrente ascendente che si forma nelle canne interne del fumaiolo. Dopo aver fatto un giro sul fumaiolo, ritorniamo indietro verso il cassero di poppa e saliamo di nuovo sulla controplancia, sopra al ponte di comando. Qui vediamo un grosso grongo che fa capolino dall’interno di un tubo che sporge dalla coperta. Stacchiamo dal tetto del ponte di comando al ventiquattresimo minuto di immersione e incominciamo la nostra lenta risalita verso la superficie, contornati da nugoli di Anthias rosa che ci nuotano accanto. Facciamo il nostro primo deep stop di 2 minuti a 24 metri e iniziamo a respirare l'EAN40 delle nostre stage decompressive. Saliamo di quota e facciamo un altro deep stop di 2 minuti a 15 metri, poi saliamo su fino ai 3 metri, quota alla quale facciamo 18 minuti di decompressione. Usciamo dall’acqua con un run time di 51 minuti. Bellissimo questo primo assaggio della "Grande Signora"! E domani... si replica!! 
Domenica 9/12/2007 ore 9:46 Prof. max 54.7 m. Temp. 13 °C Run time 48 min.

In meno di due minuti arriviamo direttamente sul tetto del ponte di comando a 33 metri di profondità dove ci raduniamo per iniziare l’immersione. Oggi siamo in quattro subacquei. Ci diamo l’ok, poi scavalchiamo rapidamente la balaustra e precipitiamo sette piani più sotto, facendoci inghiottire da un largo boccaporto situato ai piedi del cassero in posizione centrale, dal quale si accede al locale pompe. La visibilità è ottima: almeno 35 metri! Vediamo distintamente la coperta della nave con tutto il groviglio di tubazioni per il carico del greggio che la percorrono longitudinalmente. Al quarto minuto di immersione ci infiliamo nel boccaporto della sala pompe e ci troviamo nella pancia della nave, proprio sotto al ponte di coperta a 54 metri di profondità. Siamo in un’ampia sala piena di valvole e di saracinesche che servivano a gestire il carico di petrolio, a bilanciare la zavorra d’acqua e a travasare il carico da una cisterna all’altra. L’acqua all’interno del locale è limpidissima e nuotiamo lentamente mantenendoci ad un metro dal pavimento per non alzare sospensione. L’ambiente è affascinante. Il colore dominante è il rossiccio della ruggine e il marrone chiaro dello strato di limo che ricopre ogni cosa. Alcuni pesci ci fanno compagnia ed è strano vederli qui, quasi sospesi nel nulla, tanta è la limpidezza dell’acqua che ci circonda. Arriviamo a un portellone spalancato che si affaccia all’esterno e usciamo sul lato di dritta della nave, girando poi verso la nostra destra. Nuotiamo sopra il piano di coperta, passando sotto all’ala di plancia di sinistra che è ripiegata sul fianco del cassero di poppa, poi arriviamo a un altro portellone e entriamo in fila indiana ritrovandoci all’interno di un lungo corridoio sul quale si affacciano alcuni locali. Siamo nelle officine della nave, dove si trova una lunga fila di bombole di ossigeno per le saldature, allineate ordinatamente lungo la parete. Percorriamo tutto il corridoio, dirigendoci verso la poppa della nave e illuminando l’interno dei diversi locali che si affacciano sul corridoio: in uno di essi vediamo una grossa aragosta che nuota sul pavimento. Sulla sinistra del corridoio c’è un bancone da lavoro con una grande morsa che funziona perfettamente. Passando ognuno di noi le fa fare un giro... dicono che porti fortuna. Dall'altro lato del corridoio, perfettamente allineate in fila, ci sono alcune bombole contenenti l'ossigeno che serviva ai meccanici di bordo per fare le saldature. Arriviamo in fondo al locale officina e al dodicesimo minuto di immersione usciamo di nuovo sulla coperta passando attraverso un altro portellone. Il tempo scorre in fretta e purtroppo è già ora di risalire. Stacchiamo dal fondo e cominciamo la nostra lenta risalita verso la superficie osservando i vari ponti della nave che ci sfilano davanti, poi proseguiamo nuotando nel blu. Facciamo il primo deep stop di 2 minuti a 30 metri, poi il cambio del gas a 25 metri, altri due deep stop di 2 minuti a 21 e a 15 metri e, infine, sosta deco di 2 minuti a 6 metri e di 13 minuti a 3 metri. In totale quasi 25 minuti per risalire! Data la notevole scorta di gas delle nostre decompressive decidiamo di prolungare un po’ la decompressione respirando un altro po’ di ossigeno in modo da sciogliere una maggiore quantità dell’azoto presente nei nostri tessuti e al quarantottesimo minuto di immersione riemergiamo in superficie e risaliamo felici sul nostro gommone. 
Il mio primo approccio con la "Grande Signora" è stato davvero entusiasmante!! L’emozione di questi primi due tuffi sulla "Haven" resterà nel mio cuore per sempre e - anche se sono sicuro di ritornarci - credo sinceramente che le sensazioni provate questa prima volta non potranno mai essere superate...
Altre notizie sulla petroliera "Haven" si possono trovare qui: http://www.marpola.it/racconti di immersioni/HAVEN/Haven.htm  Si tratta di una sezione del mio sito Web interamente dedicata alla "Grande Signora"... il relitto più grande del Mediterraneo, per raggiungere il quale ho intrapreso tutto il mio percorso di crescita subacquea durato diversi anni. Le emozioni che è riuscito a regalarmi questo relitto sono davvero uniche e ogni volta che mi ci immergo dico a me stesso che devo assolutamente tornare laggiù.
Molte altre informazioni utili si possono trovare nel sito: www.ilgigantedelmediterraneo.it di Agostino Chiappe, che invito a visitare.
IMMERGERSI SULLA "HAVEN"... MA E' COSI' DIFFICILE?
L’immersione sulla petroliera "Milford Haven" si porta dietro un alone di "importanza" tutto particolare. E’ facile, navigando nel Web, leggere di immersioni drammatiche sul relitto della "Haven", quasi fosse un mostro capace di catturare tutti i subacquei che vi si avventurino. Ma spesso si demonizza un sito solo perché non se ne conosce realmente le particolarità. C’è chi definisce la "Haven" come l’università della subacquea, eppure, a ben vedere, il relitto è molto più sicuro di tanti altri siti d’immersione, infatti è ben pedagnato, ci si va solo con una guida esperta, i diving che vi operano sono affidabili e attrezzati, ci sono stazioni decompressive, di solito c'è buona visibilità e non sempre c’è corrente (in ogni caso la visibilità e la corrente sono sempre valutabili prima del tuffo) e le profondità vanno bene per tutti i livelli, spaziando dai 33 agli 80 metri. 
E allora che cosa deve spaventare? Perché demonizzare questo sito d’immersione? E' davvero così difficile immergersi su questo grande relitto?
Certamente sul relitto della "Haven" alcuni incidenti ci sono stati, ma, a ben vedere, ci sono moltissimi altri siti d’immersione (anche molto più semplici) in cui sono accaduti incidenti che non sono altrettanto demonizzati. Inoltre, il relitto della "Haven", proprio per la sua configurazione e posizione nell’acqua, si presta a moltissimi profili d’immersione e si può parlare della classica immersione "multilivello" anziché di immersione “quadra”.
Nella comunità subacquea si sente spesso parlare della "mitica" elica della "Haven", che è un po’ il sogno di tutti gli appassionati di immersioni profonde e, in effetti, l'enorme elica della superpetroliera è davvero molto profonda ed è alla portata solo di subacquei molto ben addestrati; ma non è detto che tutti i sub ci debbano per forza arrivare! I subacquei che vogliono arrivare fino all’elica di solito scendono a 80 metri, poi salgono sul fianco della nave a 65 metri, entrano nell’enorme squarcio provocato dall’esplosione e salgono su fino al ponte a 54 metri, dopodiché si infilano dentro le cabine dei ponti e salgono su per le scale fino al cassero a 33 metri... Un’immersione difficile, ma  anche questa è una vera e propria immersione multilivello.
In ogni caso, un tuffo sulla "Haven" necessita di un’accurata pianificazione preventiva, dato che se si vuole vedere qualcosa è inevitabile fare una lunga sosta di decompressiva. Perciò bisogna sentire la disponibilità del diving al quale bisogna chiedere di poter fare un run time esteso, infatti siamo nell’ordine dei 70-80 minuti se si va veloci senza soffermarsi troppo, oppure di 100-110 minuti se si va con più calma godendosi  tutti i particolari che il relitto offre a un occhio attento. 
L’ideale, a mio avviso, è fare l’immersione con un gruppo composto solo da tre sub più la guida. Questo consente a tutti di godersi l’immersione in tranquillità, senza quella confusione che inevitabilmente si crea quando ci sono troppi subacquei.  La visibilità migliore normalmente c'è da fine maggio a fine giugno, però se si è fortunati si possono trovare giornate stupende lungo tutto l’arco dell’anno.
Per la pianificazione dell’immersione è necessario fare a secco un bello studio, stabilendo le profondità medie e i tempi e calcolando di conseguenza i gas necessari. Nel pianificare il tuffo va anche ricordato che i diving locali per motivi di sicurezza richiedono ai sub un doppio primo stadio. Questo, anche se non è il massimo della sicurezza, è comunque un fattore di sicurezza in più, infatti, nel caso in cui si guastasse un primo stadio, avere un secondo stadio di riserva significa poter chiudere l’immersione con ancora un discreto margine di tranquillità (a patto di imparare a chiudere i rubinetti da soli…).
Altre avvertenze per affrontare l’immersione sulla "Haven" con sufficiente tranquillità e sicurezza sono:
  • avere uno o più compagni di immersione con cui adottare un sistema di coppia affidabile e imparare ad usarlo sempre. Generalmente il sistema di coppia appreso nei corsi ricreativi è troppo "flessibile"… Invece, nel caso di immersione su un relitto profondo si deve giungere a un sistema di coppia rigido, in cui si avanza parallelamente affiancati a portata di braccio, non di più; 
  • fare un certo numero di immersioni in curva per imparare a curare in modo maniacale l'assetto. Occorre modificare la naturale tendenza a tenere un assetto inclinato o verticale, assumendo un assetto perfettamente orizzontale;
  • fare un certo numero di immersioni fuori curva, curando sempre di più l’assetto, la risalita lenta, le soste profonde, l’uso del pedagno, il controllo dei consumi, l’assetto e la risalita lentissima negli ultimi  metri. Immergendosi sulla Haven la decompressione, anche nell’immersione "ricreativa", è sempre necessaria, a meno che non ci si limiti ad un breve giro di 5 minuti sull’ultimo ponte e nella sala comando. Siccome l’immersione si svolge “nel blu” è necessari curare tutti gli aspetti che ho elencato;
  • curare o imparare la pinneggiata in hovering e magari anche quella all'indietro;
  • verificare che l’attrezzatura non offra appigli nel caso si voglia penetrare nel relitto
Una volta raggiunti dei buoni livelli di confidenza con la propria attrezzatura e con queste tecniche si può fare in tranquillità una bella immersione sul relitto della petroliera "Haven". E' ovvio che per questa immersione è meglio utilizzare un bibombola e magari una miscela trimix, ma ci sono moltissimi subacquei che la fanno normalmente con il monobombola da 18 litri (pochi persino con il mono da 15 litri...) respirando solamente aria. La maggior parte dei frequentatori della Haven comunque, scende in configurazione tecnica con bibombola 10+10 o 12+12 e 1 o 2 stage; mentre chi scende fino all’elica usa anche il bibo 15+15 o 18+18 e 2 o 3 stage. L'utilizzo dello scooter subacqueo permette esplorazioni più complete e aiuta in caso di presenza di corrente.
Il relitto della "Haven" offre un’infinità di percorsi d’immersione, sempre diversi e interessanti adatti ai vari livelli di esperienza subacquea.  Vediamo i quattro itinerari principali. 
Il giro classico dell’immersione "tecnica" di livello medio-avanzato prevede 25 minuti di fondo utilizzando come miscela respiratoria principale un trimix normossico. Si scende sempre lungo la cima di un pedagno fino al tetto della controplancia a 33 metri di profondità (sulla "Haven" ci sono sono due pedagni fissi, assicurati a due angoli del cassero di poppa), perché scendere sul relitto in libera non avrebbe senso, dato che  se lo si manca ci sono 80 metri di fondo e a volte nella zona c'è una forte corrente. Una volta arrivati sul cassero si scende giù verso la murata di sinistra, arrivando a 63 metri di profondità, e si entra nello squarcio dell'esplosione. Dopodiché si risale nuotando lungo le scalette interne del castello di poppa e si esce dal portello che si affaccia sul ponte di coperta. Poi si nuota lungo il ponte a 54 metri di profondità dirigendosi verso il corridoio dell'officina; si passa in questo corridoio nel quale ci sono il banco da lavoro con la morsa (funzionante!) e le bombole di ossigeno impiegato per le saldature ancora integre e ci si può affacciare alle porte di vari locali per dare un'occhiata. A questo punto, o si risale all'interno della nave nuotando lungo i corridoi fino ad arrivare al piano che è stato sigillato nel 2009 per i lavori di bonifica, oppure si risale rimanendo all’esterno del relitto nuotando lungo le scale e le balconate dei vari ponti, fino alla sommità del cassero. 
Se invece si fanno 30 minuti di fondo si può anche risalire da dentro il cassero sino al ponte precedente a quello sigillato, entrare nella sala comando passando dalle scalette interne, fare un giro della sala, dare un’occhiata alla statuetta del Bambin Gesù di Praga posta nella plancia di comando e uscire sul tetto del cassero, per poi afferrare la cima del pedagno e risalire lentamente seguendola fino alla stazione decompressiva.
Il giro "tecnico-avanzato" prevede 20 minuti di fondo e di solito si fa utilizzando come gas respiratorio un trimix normossico (ma c'è anche chi lo fa impiegando aria come back gas e due bombole stage con EAN50 e ossigeno puro per la decompressione) e normalmente arriva sino sul piano di coperta o sulla poppa a 55 metri. 
Il giro "ricreativo" invece, prevede sempre la discesa sul cassero seguendo il pedagno, un breve giro della sala comando (massima profondità circa 40 metri), uscire e seguire la cima che collega il cassero al fumaiolo, dare un’occhiata all’interno del fumaiolo, ritornare al castello di poppa, e poi risalire lungo il pedagno fino alla tappa di decompressione.
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mercoledì 18 marzo 2015

BOMBA ATOMICA LA VERA STORIA seconda parte

(Bomba atomica)
La seconda storia non raccontata 
di Marco Saba – tratto da www.cronologia.it
Dopo il suicidio di Hitler (VERO?)  il suo delfino Martin Bormann, da lui nominato nel testamento del 29 aprile 1945, fece un patto con il servizio segreto Usa, l’Oss all’epoca guidato da Allen Dulles: in cambio di un sommergibile pieno di scienziati e materiali tecnologicamente innovativi, si assicurò l’immunità per sé e per alcuni altri gerarchi nazisti. (MENO HITLER?) Si trattava del sommergibile “Unterseeboot 234 XB”. Tra i graziati vi era anche Heinrich Muller, un feroce capo delle SS. Il sommergibile partì da Amburgo e portò Muller e Bormann nel golfo di Biscay in Spagna dove li attendeva un’altra imbarcazione. Dopodiché continuò il viaggio verso gli Usa per arrendersi il 14 maggio alla nave Uss Sutton. 
Ecco l’elenco di parte delle 300 tonnellate del prezioso carico: 560 chili di uranio arricchito (ossido di uranio 235), 465 chili di atabrina (chinino sintetico), benzil cellulosa (utilizzabile come moderatore per un reattore nucleare), tre aerei Messerschmitt smontati, proiettili anticarro (i precursori degli attuali proiettili all’uranio impoverito), tre tonnellate di progetti vari, alcuni tipi di bombe ed altro. Ufficialmente gli Usa non dicono che l’uranio trovato era arricchito, tuttavia in un documento di disciplina militare del 1995 firmato da McNair ed intitolato “Risposte radicali a regimi radicali”, troviamo: ”... il sommergibile da trasporto tedesco aveva 550 chili di uranio non specificato... ”. 
Una richiesta di chiarificazione sulla reale natura dell’uranio, avanzata da parte della Cnn a metà degli anni Novanta, si è scontrata con l’opposizione da parte del governo Usa, del segreto per motivi di sicurezza nazionale. E già, perché con tutti quei soldi e mezzi che avevano dispiegato nel progetto Manhattan, nel novembre 1944 erano solo riusciti a produrre pochi grammi di uranio arricchito... poi arriva il sommergibile nazista, a maggio, ed ai primi di agosto le bombe sono già pronte! Salvato in corner quindi tutto lo staff del progetto che avrebbe altrimenti dovuto faticosamente giustificare il fallimento del progetto più costoso della storia degli Usa. 
Sarebbe lungo qui elencare tutta la documentazione che prova senza ombra di dubbio che: 1) senza l’uranio del sommergibile non sarebbe stato possibile fabbricare la bomba all’uranio di Hiroshima; 2) senza la benzil cellulosa, usata come moderatore, non sarebbe stato possibile sintetizzare il plutonio; 3) senza l’aiuto dello scienziato Schickle che era a bordo del sommergibile, il suo contraltare americano nel progetto Manhattan, Louis Alvarez, non sarebbe riuscito a progettare in tempo l’innesco ad implosione per la bomba al plutonio di Nagasaki! Altri due scienziati, ingegneri aeronautici che erano a bordo del sommergibile, vennero riciclati all’interno dell’industrie Fairchild da cui uscirà negli anni cinquanta il famoso aviogetto F-105 usato nella guerra del Vietnam.  Si trattava di August Bringewald (ma guarda un po chi è costui !) braccio destro dello stesso Willi Messerschmitt, e di Franz Ruf, che assieme avevano partecipato in Germania alla costruzione del Messerschmitt 262 Schwalbe, il primo aviogetto.
Operazione “graffetta”. Per arrivare a costruire la bomba atomica, così vuole la tradizione, vennero spesi due miliardi di dollari in quello che verrà ricordato come “progetto Manhattan”. 
Questa operazione occupò negli Usa uno stuolo di scienziati che lavorarono avvolti nel più grande segreto tra il 1942 ed il 1945. Le bombe, precedute da una di prova nel New Mexico, vennero sganciate in agosto su due città giapponesi: Hiroshima e Nagasaki. Ci furono polemiche per il gran numero di morti, nell’immediato centinaia di migliaia, polemiche perché era dato per scontato che il Giappone ormai si sarebbe arreso comunque. La cosa in qualche modo bruciò agli Usa tant’è che questi due bombardamenti nei loro annuali della storia nucleare, vennero registrati come dei “test”. 
Subito dopo, nel novembre 1945, iniziò l’operazione Paperclip (testualmente: graffetta) che consistette nel reclutare quanti più possibili scienziati tra quelli nazisti per sottrarli ad altri paesi (soprattutto all'Urss) che potevano cercare di avvantaggiarsi similarmente dei progressi scientifici compiuti dalla Germania nazista. Questa operazione in pratica consistette nell’importazione di circa 20.000 tedeschi tra il 1945 ed i primi anni Settanta. L’origine vera del nomignolo Paperclip è abbastanza triste. Il progetto di importazione di ex nazisti aveva avuto l’approvazione da parte del Presidente Truman a patto che gli scienziati esfiltrati, come si dice nel gergo dei servizi segreti, non fossero esageratamente nazisti. Pertanto alla Cia decisero di “medicare” i curricula di quelli troppo coinvolti nel regime, cioè di riscriverli, e per riconoscerli dai curricula che potevano invece passare così com’erano, appunto, vi apponevano una graffetta. 
Anche la Francia importò circa 800 scienziati tedeschi, mentre la Gran Bretagna - ma queste sono le cifre ufficiali - ne importò 300. Quelli che non erano importanti per la scienza, cioè gli ex gerarchi sia nazisti che fascisti più in vista, compresi i collaborazionisti come gli Ustascia Croati, vennero esfiltrati in America Latina assieme alle ricchezze che in qualche modo si erano procurati durante la seconda guerra mondiale - per lo più sottraendole ad ebrei e membri di altre etnie che erano stati espropriati e/o eliminati nei campi di concentramento. Il Vaticano, ad esempio, all’epoca aveva creato una “ratline”, un corridoio attraverso il quale questi personaggi arrivavano a Roma, travestiti da porporati, venivano forniti di documenti falsi e spediti in Sudamerica. Il giro dei soldi invece fu più difficile da scoprire, ma è evidente che vi furono gigantesche operazioni di riciclaggio cui non pare estraneo il famoso Ior (Marcinkus, Calvi, Sindona ecc. lo vedremo dopo alcuni anni) 
Ma torniamo negli Usa. L’“Atomo per la pace” L’orrore procurato dalle bombe sul Giappone rischiava di compromettere definitivamente la nascente scienza atomica, l’opinione pubblica era fortemente contrastata. Fu pertanto necessario mettere in piedi una gigantesca operazione di propaganda che venne chiamata “Atomo per la pace” e fu patrocinata dal Presidente Eisenhower. Le Nazioni Unite, ed in particolare l’Organizzazione Mondiale della Sanità, si legarono tramite accordi bilaterali con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica al fine di subordinarle eventuali studi sull’impatto della radioattività sull’uomo. Nessun organismo dell’Onu avrebbe potuto rivelare dati o fatti contrari agli interessi della Aiea. In questo modo, si incaricò la volpe di guardare le galline. Si individuarono a metà degli anni Cinquanta dei possibili campi di applicazione del nucleare per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica. 
Nacque così la “radioterapia” contro il cancro - in realtà per necessità causata in massima parte dalla contaminazione radioattiva, e le centrali nucleari elettriche - che in realtà servivano per arricchire il combustibile per la corsa agli armamenti - ed altre amenità che per lo più servivano a riciclare le scorie che già allora erano un problema. La principale, l’uranio cosiddetto impoverito, venne usata in molte applicazioni dove ci si sarebbe aspettato di trovare il piombo: contrappesi di aerei civili e militari, additivo di denti ed apparecchiature odontoiatriche, additivo nelle lenti di occhiali e strumenti di precisione, zavorra, schermatura per altre sostanze radioattive, come ad esempio il cobalto in ambito ospedaliero. Ma poi anche fertilizzanti, proiettili (i primi usati nel Viet Nam nel 1966), container, vernici, elettrodi per le saldature per colorare prodotti in ceramica e vetro. In seguito si usò irradiare anche per conservare il cibo, per testare prodotti industriali, per vedere se i bambini delle elementari avevano la tubercolosi e per verificare la posizione dei feti nelle donne incinte. 
A fronte di una serie di usi ufficiali, almeno negli Usa, vi furono centinaia di migliaia di persone sottoposte ad esperimenti radioattivi senza che ne fossero a conoscenza. Senza contare i lavoratori del settore, minoranze etniche quali gli americani nativi che venivano usati come minatori nelle miniere d’uranio e nel processo di costruzione delle armi nucleari.  Il tabù del cancro. In questi anni bui, che ancora non sono finiti, si è cercato sostanzialmente di negare gli effetti della radioattività, primo tra tutti la pandemia di cancro. La comunità scientifica, che viveva dell’indotto del complesso industriale-militare, era in qualche modo ricattata dal sistema: se uno scienziato levava la voce, perdeva l’incarico di insegnamento, i fondi per la ricerca e veniva inesorabilmente emarginato dai colleghi paurosi di fare la stessa fine. Il cancro divenne un tabù e migliaia di miliardi di dollari vennero spesi annualmente per nascondere la vera origine della pandemia, come l’anno scorso puntualizzò Karl Morgan, figura chiave del progetto Manhattan, all’età di 93 anni. Allo stesso modo, se qualcuno faceva causa per il cancro preso magari nella fabbrica d’uranio o perché come soldato era stato portato a vedere uno dei centinaia di test nucleari, ingentissime somme venivano spese dal governo per evitare l’ammissione di responsabilità: se si fosse creato un precedente, si sarebbe aperta la diga delle cause per danni. 
Ma proprio l’anno scorso, negli Usa, lo scandalo è esploso ed il governo per la prima volta ha dovuto ammettere, almeno per i lavoratori del settore, la relazione causa-effetto tra la radioattività, il cancro ed altre malattie. Nel 1995 Clinton aveva creato una commissione per indagare sugli esperimenti sull’uomo e, in un memorandum riservato, venne fuori che alcuni degli scienziati nazisti esfiltrati col progetto Paperclip erano poi diventati i responsabili degli esperimenti radioattivi sull’uomo. L’anno scorso invece venne creato un Comitato governativo che si sta ancora occupando di indagare sui coinvolgimenti di società o enti americani con il nazismo; questo è il risultato delle ricerche di Israele che hanno portato alla scoperta dei famosi conti segreti in Svizzera e di tutta una serie di multinazionali che hanno sfruttato il lavoro dei detenuti dei campi di concentramento. 
Ne ricordiamo solo una a titolo di esempio: la Ig Farben. Dal dissolvimento di questa “Montedison” tedesca nasceranno tra le altre, le seguenti società: Monsanto, Ciba (ora Novartis), Searle, Eli Lilly, Roche e Bayer Ag. Le prime due sono coinvolte nei cibi transgenici, la terza è quella dell’aspartame, il famoso dolcificante. Le ultime due producono i chemioterapici per la cura del cancro che costano svariati miliardi al chilo e sono... cancerogeni (come si legge nei foglietti delle controindicazioni).  Una breve lista di altre società che hanno sfruttato il lavoro degli internati nei campi di concentramento: Adler Sa, Aeg, Astra (ora fa gli organismi modificati geneticamente), Auto-Union, Bmw, Messerschmitt, Metall Union, Opta Radio, Optique Iena, Photo Agfa, Puch, Rheinmetall Borsig Ag (ora produce le corazze all’uranio dei carri armati), Shell, Schneider, Siemens, Daimler Benz, Dornier, Erla, Ford, Goldschmitt, Heinkel, Junker, Krupp, Solvay, Steyr, Telefunken, Valentin, Vistra, Volkswagen, Zeiss-Ikon, Zeitz, Zeppelin. 
Il “pericolo rosso”. Quello che gli americani non poterono prevedere, tuttavia, fu il fatto che questa massiccia importazione di nazisti avrebbe drogato per 50 anni la politica estera del paese, ma non solo: anche quella interna. Ad esempio Joan Clark, per anni rappresentante degli Usa presso le Nazioni Unite era la nipote stessa del Von Braun delle V-2. Altro scienziato graziato dal “lavaggio” del curriculum... Ricordate il Maccartismo? La persecuzione ossessiva di chiunque fosse in odore di comunismo? Proprio negli stessi anni le maglie dell’immigrazione americana nei confronti dei nazisti si aprirono completamente: non c’era più bisogno di avere un curriculum non nazista, bastava che, anche se uno era stato capo di un campo di concentramento, dicesse che aveva combattuto sul fronte contro i sovietici. 
Ironia della sorte, le prime vittime di questa politica furono gli stessi americani che si trovarono questi scienziati e medici nazisti, gli stessi degli esperimenti nei campi di concentramento, a capo dei progetti più importanti di esperimenti sull’uomo condotti in America: da quelli della Nasa a quelli della stessa Cia. Infatti Dulles, per eccesso di zelo, aveva salvato l’intera rete spionistica nazista, la famosa Abwehr di Reinhard Gehlen, e l’aveva riciclata nel cuore dell’Europa, nella Germania divisa, per combattere ad oltranza il “pericolo rosso”. Inutile dire a questo punto, che l’agente italiano della rete Dulles-Gehlen era un famoso aretino, ufficialmente imprenditore materassaio, con l’hobby della cospirazione in Italia, dentro i migliori circoli bancari, amico di industriali molto riservati (che annotava in una "lista") e con ottime entrature latino-americane. Al giuramento del Presidente degli Stati Uniti, Reagan, il 20 gennaio 1981 era stato invitato ed era presente, lo vediamo al suo fianco in una fotografia. Ma questa è un’altra storia.  Indovinate chi è, e cercatelo nei "MISTERI D'ITALIA"

BOMBA ATOMICA LA VERA STORIA prima parte

(Bomba atomica)
La prima storia non raccontata 
(prima parte) di Marco Saba – tratto da www.cronologia.it
Tra i risultati di una ricerca condotta sulla storia dell'uranio, per la parte recente sull'uranio impoverito per conto dell'Osservatorio Etico Ambientale, vi è sicuramente un risvolto molto interessante che riguarda proprio l'inizio del progetto Manhattan.  Nel 1945 gli USA bombardarono il Giappone con due bombe atomiche, dopo aver effettuato la prima esplosione ad Alamogordo nel New Mexico (16 luglio 1945 - attenzione alla data!).  Quello che i nostri lettori forse non sanno è da dove arrivava l'uranio utilizzato per queste ultime due esplosioni, Hiroshima (6 agosto 1945) e Nagasaki (9 agosto 1945). Intanto occorre precisare che si lanciarono due bombe sul Giappone, invece di una, per dimostrare che la prima non era l'unica e ultima bomba atomica posseduta dagli USA.  E poi, e questa è la rivelazione, bisogna sapere che alcuni componenti fondamentali delle due bombe arrivarono dalla... Germania, da un carico che si vuole in origine destinato ad uno scambio di materiali bellici tra Hitler ed Hirohito, l'imperatore del Giappone. La versione comunemente accreditata dice che le prime tre bombe atomiche vennero prodotte dagli USA con un costo di due miliardi di dollari e cinque anni di lavoro di un'armata di scienziati di alto livello, con l'aiuto della Gran Bretagna. E' vero che gli USA avevano avuto successo nell'arricchimento dell'uranio - il componente principale della bomba atomica - ma le prove scoperte indicano chiaramente che a causa della fretta e dei ritardi tecnologici, solo grazie alla sorprendente opportunità di poter ottenere dalla Germania i componenti necessari, che erano scarsi negli USA, fu possibile per il Progetto Manhattan di completare le sue bombe in tempo per il bombardamento sul Giappone previsto per la fine dell'agosto 1945. 
Quello che scioccherà il lettore sarà lo scoprire che questi materiali non vennero catturati durante una fortunata azione di guerra, bensì erano una contropartita di una transazione segreta tra la Germania e gli USA: l'accordo prevedeva che i nazisti ricevessero una garanzia d'impunità, ancorché vivendo nascosti per decenni dopo la fine della seconda guerra mondiale, dopo essere fuggiti dall'Europa. Vi sono documenti degli Archivi di Stato degli USA a dimostrazione di questa tesi che gettano luce anche sulla politica di alcuni presidenti statunitensi nei decenni successivi all'armistizio. Si tratta proprio di effettuare una revisione storica di enorme portata, alla luce dei dati e dei documenti acquisiti, che chiarirà molti aspetti altrimenti destinati a rimanere oscuri.  Tra questi documenti vi è la lista dei materiali immagazzinati all'interno del sommergibile tedesco (Unterseeboot) U-234 XB, tra i quali troviamo 560 kg di ossido di uranio in dieci contenitori ed altre tecnologie belliche naziste che all'epoca erano allo stato dell'arte. Ad esempio, due aerei jet da caccia Messerschmidt 262 completamente smontati (il Messerschmidt fu il primo aviogetto e venne utilizzato durante la seconda guerra mondiale).
Inoltre vi erano i silenziosi siluri a propulsione elettrica e vari progetti tra cui quelli per costruire i temuti missili V-2 a propulsione chimica ed i proiettili all'uranio impoverito destinati alla difesa contraerea. Un Messerchmidt 262 Schwalbe. Le casse contenenti i caccia Me262 vennero trasferite presso la base aerea di Wright Field, Dayton (Ohio), dove l'ingegnere Bingewald provvide a ricostruirne un esemplare che, a quanto pare, volò nel maggio/giugno 1945. In seguito Bringewald diventerà il direttore del progetto per la costruzione del nuovo caccia a reazione F-105 Thunderchief (primo volo il 22/10/1955) ed era semplicemente l'evoluzione di un precedente (ma riuscitissimo) caccia: l'F-84 thunderjet, il quale fu impiegato in maniera considerevole dagli USA
nel dopoguerra, nella guerra di Corea e nelle prime fasi della guerra del Vietnam prima di essere sostituito proprio dall' F-105. 
(Anche se appare illogico che gli USA volessero copiare il motore a reazione tedesco dato che
nè disponevano uno nel '42 (il Bell P-59 Airacomet, il quale compì il suo primo volo già il 1/10/1942) semmai la cosa può essere spiegata dal fatto che gli USA volessero capire fino a che punto si era spinta la ricerca tedesca. Servì insomma per aiutare gli ingegneri americani - Ndr).
L'esistenza del sottomarino U-234 (dal nome troppo casualmente corrispondente ad un isotopo dell'uranio) e del suo carico è un argomento di cui ogni tanto si vagheggia. L'elemento clou della discussione consiste nella seguente domanda: il carico trovato nel sommergibile è stato utilizzato nella guerra contro il Giappone? Fino ad oggi non vi erano prove, non lo si poteva dimostrare. Il primo indizio importante ritrovato consiste nella scoperta di un dispaccio segreto del Comando delle Operazioni Navali di Washington che indicava che l'uranio era stato immagazzinato per il trasporto in barili assieme a dell'oro. Ricerche successive mostrarono che l'oro, che è un metallo molto stabile, era semplicemente usato per poter maneggiare l'uranio già arricchito e allo scopo di evitare la contaminazione e la corrosione. L'uranio arricchito è una componente essenziale per la costruzione della bomba atomica, poiché è fissile.  In valuta del 1945, una oncia di uranio valeva 100.000 dollari, quindi non stupisce che si usasse dell'oro per isolarlo. L'oro non sarebbe stato usato se l'uranio trasportato fosse stato uranio naturale e non del tipo arricchito, poiché il valore dell'uranio naturale non avrebbe giustificato la spesa. Negli Stati Uniti, all'epoca, l'uranio naturale veniva trasportato in barili di acciaio o contenitori imbottiti senza alcun tipo di protezione contro la corrosione.
Un'altra prova del fatto che l'uranio trasportato dall'U-234 era uranio arricchito, viene dalla testimonianza di un marinaio del sommergibile che era presente al caricamento ed allo scaricamento dell'imbarcazione. Questo marinaio ha raccontato in due memorie che i container dell'uranio avevano la scritta "U-235" (nome ancora troppo casualmente corrispondente ad un isotopo dell'uranio) dipintavi sopra poco prima dell'imbarco. La sigla U-235 è quella che scientificamente indica l'isotopo 235 dell'uranio, ovvero l'uranio cosiddetto arricchito. Quello che rimane dal processo estrattivo, è invece il cosiddetto uranio impoverito, ovvero un uranio privato di circa la metà della quantità dell'isotopo U-235 normalmente presente nell'uranio naturale (ovvero 0,3 % invece del normale 0,7 %).  Lo stesso sommergibilista racconta che il personale della Marina degli Stati Uniti in seguito ha testato con dei contatori geiger alcune parti del sommergibile per verificarne la radioattività. Gli strumenti registrarono una forte contaminazione radioattiva. Senza capire il significato della scritta U-235, il marinaio pensava che l'uranio fosse stato dimenticato in Germania prima della partenza. Ovvero nel reattore per la produzione di plutonio che non funzionò ma che venne ampiamente pubblicizzato. Ma anche se prove evidenti dimostrano che l'uranio contenuto nel sommergibile era uranio arricchito, questo non vuol dire automaticamente che fosse stato usato nel conflitto col Giappone. 
Per provare che questi due episodi sono collegati, abbiamo copie di documenti degli archivi nazionali USA che dimostrano dei collegamenti tra il progetto Manhattan e il sommergibile U-234. Uno dei documenti è un cablogramma segreto, sempre dal comando navale di Washington, che ordina ad una pattuglia di tre uomini di prendere possesso del carico dell'U-234. Secondo il documento l'accompagnatore dei due uomini era il Maggiore John E. Vance del corpo del genio (l'Army Corps Engineer), il corpo che lavorava al progetto Manhattan. Altri documenti mostrano che poco dopo l'arrivo di Vance, quando venne fatto un ulteriore inventario del carico, l'uranio era scomparso dai materiali in carico alla Marina. Alcune trascrizioni di telefonate che avvennero circa una settimana dopo tra due agenti segreti del progetto Manhattan, attestano che il carico di polvere di uranio era consegnato ed affidato esclusivamente ad una persona indicata solo come "VANCE".  Sarebbe una coincidenza poco probabile che si tratti di un altro Vance e non dell'ufficiale che aveva fatto il sopralluogo sul sottomarino, e addirittura che si tratti di un'altra polvere di uranio e non quella catturata nell'imbarcazione. Un secondo collegamento documentario tra il Progetto Manhattan e l'U-234, che trasportava otto persone che non erano della ciurma oltre al pericoloso carico, era che due delle persone catturate avevano avuto contatti con un sedicente ufficiale dei servizi della Marina USA identificato in altri documenti come "Comandante Alvarez" o "Signor Alvarez". (nella stessa occasione (3 maggio, a Urfeld liberata) "catturarono" anche Heisemberger, il "cervello" atomico più ambito dagli Usa.)
Questa persona -Alvarez- è quella -guarda caso- che ha preso in carico il prigioniero Dott. Heinz Schlicke, uno degli scienziati a bordo del sommergibile, che era appunto diventato prigioniero di guerra. Il Dott.Schlicke era un esperto di tecnologia delle alte frequenze, come ad esempio il radar e gli infrarossi. Cercando tra gli allievi ufficiali dell'Esercito e gli ufficiali di Marina tra il 1943 ed il 1945 non si sono trovati nominativi corrispondenti ad "Alvarez". Ma si sa che il Generale Groves, capo del progetto Manhattan, era solito fornire coperture militari a scienziati del progetto Manhattan per lasciarli operare più agevolmente, quando necessario, all'interno della struttura militare.  Infatti troviamo Luis W. Alvarez indicato come uno degli eroi del progetto Manhattan e si tratta proprio dell'Alvarez che era chiamato "Comandante Alvarez", travestito da militare per ottenere informazioni scientifiche più facilmente dal Dott. Dr. Heinz Schlicke. Proprio Luis Alvarez era lo scienziato che all'ultimo momento tirò fuori dal cilindro la soluzione per far detonare contemporaneamente i 32 inneschi della seconda (in realtà della terza bomba, essendo stato tenuto nascosto fino a pochi anni fa il test ad Alamogordo), quella al plutonio, la bomba poi sganciata su Nagasaki. 
E pensare che prima di questa improvvisa soluzione gli uomini del Progetto Manhattan avevano lavorato un anno e mezzo senza cavare un ragno dal buco. Proprio Alvarez, secondo documenti dell'archivio di stato, era a capo dell'equipe di tre scienziati incaricati di trovare la soluzione per gli inneschi. Il Dott. Schlicke, mentre era a bordo del sommergibile, aveva in carico un nuovo sistema d'innesco a base raggi infrarossi. Ancora in un cablogramma segreto possiamo trovare traccia del fatto che Schlicke venne riaccompagnato a bordo del sommergibile da due ufficiali per ritrovare gli inneschi agli infrarossi che vi erano rimasti. Questi inneschi funzionano sul principio della luce ed alla velocità della luce.  La prima bomba USA ad implosione, quella del New Mexico, aveva un sistema di innesco multi-punto basato su detonatori filocomandati e solamente in seguito si passò ad un sistema di accensione basato sulla luce per proteggerlo dalle interferenze elettromagnetiche che avrebbero potuto provocare un innesco accidentale. Allora si usavano come inneschi dei "thyrotron" all'idrogeno ad alta tensione prodotta da alimentatori ad alta tensione collegati con fili elettrici alla testata. Il sistema descritto invece è molto simile a quello del flash. Questo sistema d'innesco della detonazione è molto più accurato e meno suscettibile all'interferenza dei campi elettromagnetici. Le prove mostrano che Alvarez ed il Comandante Alvarez erano la stessa persona, inoltre Alvarez usò la tecnologia ad infrarossi del Dott. Schlicke per accendere simultaneamente i 32 inneschi risolvendo così il problema dell'accensione della bomba al plutonio, quindi la sua trasportabilità, quindi il suo impiego come arma.
Alvarez, prima di essere assegnato al progetto Manhattan, lavorava sulla tecnologia delle alte frequenze, incluso il radar, lo stesso campo in cui Schlicke era un esperto. Sulla base dei curriculum di chi era addetto al progetto Manhattan, solo Alvarez avrebbe potuto essere l'interlocutore di Schlicke negli USA. Dopo la guerra, il Dr. Schlicke divenne uno dei tanti assunti a contratto nel progetto segreto denominato "Operazione Paperclip".  Luis Alvarez vinse il premio Nobel 1968 per la fisica per il suo studio sulle alte frequenze,  fu lui a costruire nel dopoguerra a Berkeley il primo acceleratore lineare di particelle elementari, e fu anche quello che propose la teoria, all'epoca derisa, secondo la quale i dinosauri si sarebbero estinti a causa di un meteorite che avrebbe colpito la terra. 
Queste rivelazioni sul sommergibile U-234 ed i suoi passeggeri sono destinate a causare delle discussioni tra gli studiosi e gli appassionati della Seconda Guerra Mondiale, ma certamente il fatto che tutto sia basato su un accordo tra i nazisti e gli americani accenderà ancor più il dibattito. Esiste infatti tutta una serie di prove che testimoniano del fatto che gli alti ufficiali di Hitler avevano avuto contatti con alti ufficiali dei servizi USA e con militari per fare l'accordo dello scambio tra l'U-234 e la loro libertà.  Ad esempio, Martin Bormann capo del partito nazista e segretario personale di Hitler, probabilmente l'uomo più potente nell'entourage di Hitler, trattò lo scambio col sommergibile U-234 prima della caduta di Berlino nell'aprile 1945. Alcuni storici sostengono che Bormann morì durante la fuga da Berlino il primo maggio 1945 (vedere cfr.: http://www.us-israel.org/jsource/Holocaust/bormann.html).

La "prova" principale proviene dalla testimonianza dell'autista di Hitler, Erich Kempka e di Arthur Axmann, capo della gioventù hitleriana, i quali erano profondamente legati e furono fedeli al nazismo fino alla loro morte. Almeno per questo le loro motivazioni sono da considerare sospette. Nonostante che nessuno dei due avesse detto di aver visto con certezza Bormann morto, tuttavia questa è la tesi che viene normalmente accreditata. Bormann venne condannato in contumacia per crimini di guerra durante il processo di Norimberga e venne elevata una taglia sul suo arresto che venne mantenuta per molti anni. Addirittura un mandato di cattura venne emesso nella Germania Ovest nel 1967 sulla base di varie testimonianze che lo davano per vivo e vegeto. Vennero fatti molti avvistamenti di Bormann nei trent'anni che seguirono la guerra. La pretesa tomba del compagno di fuga di Bormann, il capo della Gestapo Heinrich Mueller (ma altri dicono che il suo compagno di fuga fosse il dottor Stumpfegger) venne dissotterrata nel 1963 e si trovò che conteneva tre scheletri, ma nessuno dei quali corrispondenti a Mueller (e tantomeno Stumpfegger). 
La storia tradizionale contiene molte lacune. L'ultima versione attesta che Bormann ed il capo della Gestapo Mueller, cercarono di scappare insieme passando attraverso i sotterranei attorno alla Cancelleria del Reich prima di incontrare la morte in uno scontro sulla strada, il corpo di Bormann sarebbe stato poi avvistato nella Invalidenstrasse, a nord del fiume Spree a Berlino. E' possibile che siano scappati assieme, ma quello che non torna è che i sotterranei furono allagati dalle SS causando tra l'altro la morte di migliaia di donne e bambini che vi si erano rifugiati per sfuggire ai bombardamenti o perché le loro case erano state bombardate. Le SS inondarono i sotterranei per evitare che le truppe Russe si avvicinassero in segreto ed attaccassero il bunker di Hitler dal di sotto.La storia della fuga attraverso i sotterranei si dimostra una montatura predisposta per facilitare la fuga di Bormann e di Mueller. Ma questa versione non teneva conto del fatto che le SS avrebbero allagato questi sotterranei. Una versione più plausibile, logica e credibile, della fuga di Bormann venne raccontata dagli agenti dell'intelligence di Josif Stalin. Stalin stesso disse a Harry Hopkins, consulente politico e uomo di fiducia dei Presidenti Roosevelt e Truman, in seguito segretario di Stato, che gli agenti sovietici gli avevano riferito che Bormann era fuggito a notte fonda il 29 aprile, da Berlino, con un piccolo aereo ed in compagnia di tre uomini, uno vistosamente bendato, ed una donna. Da quel punto, Stalin continua, i suoi agenti ne avrebbero seguite le traccie fino ad Amburgo dove si sarebbe imbarcato in un grande U-boat e avrebbe lasciato la Germania. 
Molti dettagli suonano plausibili. Per esempio, si sa che mentre Berlino era bombardata e l'élite nazista era presa dal panico od era fuggita, Martin Bormann mantenne contatti radio segreti con l'Ammiraglio Karl Doenitz (anche lui non finì sulla forca a Norimberga, se la cavò con qualche anno di prigione (!?)) il comandante di tutti gli U-boat della Germania, e che aveva fatto progetti per scappare dal quartier generale dei sommergibili di Doenitz. Doenitz all'inizio fece resistenza ma alla fine ricevette ordini da Hitler (presumibilmente su indicazioni di Bormann) per accogliere Bormann al suo quartier generale.(MA ALLORA SORGE IL DUBBIO, PERCHE' ACCOGLIERE BORMANN E NON ANCHE LUI ?) 
Ma vediamo nel dettaglio gli elementi a disposizione: 
1) Hanna Reitsch, la famosa donna pilota amica di Hitler che faceva da controcanto ad Amelia Earhart, nella sua biografia descrive come aveva fatto fuggire il Generale dell'Aviazione tedesca Ritter von Greim, appena promosso da Hitler a capo della Luttwaffe, fuori Berlino e a notte fonda negli ultimi giorni di guerra. Altre testimonianze confermano il volo nel 29 aprile 1945, la stessa notte di cui riferiscono gli agenti di Stalin a proposito della fuga di Bormann su di un piccolo aereo. La Reitsch racconta di come andarono al quartier generale di Doenitz "per un ultimo saluto al Grande Ammiraglio Doenitz" prima di volare a sud verso il confine svizzero-austriaco. Una strana deviazione di centinaia di chilometri con a bordo l'importante Generale von Greim gravemente ferito... Si trattava di qualcosa di più che di un viaggio per fare un saluto. (C'ERA SU ANCHE HITLER?)
2) Un altro racconto sulla fuga del capo della Gestapo Heinrich Mueller, segue un percorso simile, ma qui si dice che Bormann è fuggito da solo da Berlino. In questa versione, Mueller si sarebbe allontanato dalla capitale Berlino la stessa notte del racconto della Reitsch, in un aereo Fieseler Storch, lo stesso aereo della storia della Reitsch, nelle stesse circostanze descritte da lei. Mueller non parla di un volo per incontrare per l'ultima volta l'Ammiraglio Doenitz, ma parla di un volo diretto al confine austro-svizzero molto simile a quello raccontato dalla Reitsch. 
Ci sono evidentemente delle discrepanze tra queste storie, come ci sono in tutte le storie relative a quegli eventi. E' difficile sapere qual'è quella vera e quella prefabbricata, ma la somiglianza dei racconti con il rapporto degli agenti di Stalin che parlano di tre uomini, uno ferito, ed una donna che lasciavano Berlino a bordo di un piccolo aereo sono evidenti. Di fatto Stalin identifica Bormann e Mueller per nome, poi parla di un uomo molto bendato che corrisponde proprio alla descrizione del von Greim del tempo. La donna poteva benissimo essere Hanna Reitsch, probabilmente l'unica donna al mondo che ci si aspetterebbe di trovare in simili circostanze, in quel posto ed in quel momento. Le tre versioni sono troppo simili per non apparire interconnesse tra loro.  L'operatore radio dell'U-234 descrive come a metà aprile aveva ricevuto almeno un messaggio su una frequenza ad alta priorità (e probabilmente almeno un altro in codice) direttamente dal bunker di Hitler a Berlino mentre il sommergibile era di stanza a Kristiansand in Norvegia. L'ordine recitava: "U-234. Salpate solamente su ordini di alto livello. Quartier generale del Fuerher." Questo implica varie cose, tra cui il fatto che c'era qualche tipo di collegamento ed accordo tra l'U-234 e qualcuno nel quartier generale di Hitler. Un ordine successivo di Doenitz sembra che voglia cercare di far tornare l'U-234 sotto la sua autorità. Probabilmente disse: "U-234. Salpa solo su miei ordini. Non salpare di tua iniziativa."
Il sommergibile U-234 era il più grande della flotta della Marina tedesca. Salpò dopo poche ore diretto da Kristiansand verso sud, proprio verso Amburgo dove le spie di Stalin avevano affermato che Bormann vi sarebbe salito nelle prime ore del mattino del primo maggio 1945. Anche tra questi racconti ci sono delle discrepanze, come ad esempio il fatto che ci sarebbe voluto solo un giorno per una imbarcazione come l'U-234, per raggiungere Amburgo da Kristiansand. Mentre secondo i dati, l'U-234 lasciò Kristiansand a metà aprile e non avrebbe imbarcato Bormann che il primo maggio. Ma dell'U-234 non si sarebbe più saputo niente fino al 12 maggio 1945, un mese dopo aver salpato da Kristiansand. Allora l'U-234 era localizzato a 500 miglia da Newfoundland. Se l'imbarcazione avesse seguito la rotta attribuitagli dal suo capitano e dalla storia che dice che era diretta in Giappone, allora avrebbe viaggiato ad una velocità di un miglio e mezzo all'ora, ovvero meno che a passo d'uomo. Molto più lentamente della velocità tipica di quella imbarcazione. 
In realtà si pensa che l'U-234 abbia pattugliato il mare del nord silenziosamente secondo dei piani prestabiliti tra Bormann ed il quartier generale di Hitler, finché Bormann non fosse stato in grado di trovare un accordo con Doenitz. Mentre si avvicinava la fine della guerra, l'imbarcazione si avvicinò alla baia di Amburgo col favore della notte e prese a bordo Martin Bormann e Heinrich Mueller (E PERCHE' NON HITLER?)  Dopodiché continuò il suo viaggio facendo tappa in Spagna (dove si trovava la struttura di intelligence tedesca che si occupava del sud america, chiamata "Sofindus") per scaricare Bormann ed infine arrendersi alla flotta USA sempre sotto accordi misteriosi.  Bormann venne poi avvistato nel 1946 in un monastero del nord Italia. Nello stesso anno sua moglie Gerda (una nazista fanatica, figlia del Giudice Supremo del Partito Walter Buch) morì di cancro nel Sud Tirolo (alle ore 22,30 del 23 marzo 1946, all'ospedale di Merano; ed è sepolta nel cimitero di questa città)  ma i suoi dieci figli sopravvissero alla fine della guerra. Pare poi che Bormann sia scappato via Roma, come altri fedeli nazisti, in America Latina (Cile, Argentina, Brasile?). Dicono che abbia vissuto da miliardario in Argentina e che fu visto anche in Brasile ed in Cile. Una negoziazione portata avanti con successo tra Bormann e Doenitz spiegherebbe non solo lo scambio di messaggi radio ma anche perché Doenitz, che non aveva esperienza politica e nessun seguito degno di nota, diventò improvvisamente il successore designato di Hitler. (CHE METTE IN SALVO LUI E NON PENSA A SE STESSO?)Una serie di eventi altrimenti inspiegabili sarebbe così chiarita dagli accordi segreti che trovarono il compimento nel giorno della resa in mare il 16 maggio 1945. 
Il sommergibile venne trasferito a Portsmouth, nel New Hampshire, il 19 maggio 1945. Alcuni giornalisti ne furono testimoni. Infine c'è una fotografia presa da un fotoreporter di un giornale locale, quando l'U-234 era all'ancora, che mostra un misterioso prigioniero civile molto somigliante a Heinrich Mueller. Questi sbarcò dalla navetta che era usata per sbarcare il personale dall'U-234. L'uomo nella foto è proprio l'ex capo della Gestapo che sbarca sul territorio americano. La sua missione consisteva nell'assicurarsi della consegna del materiale per le bombe atomiche e di altro materiale che era stato concordato con gli USA, in cambio dell'immunità e della protezione per i nazisti che l'hanno ricevuta per decenni fino ad oggi.  Il 20 novembre 1947, il sommergibile U-234 venne affondato con un siluro dalla USS Greenfish durante degli addestramenti, a circa 40 miglia a nord-est di Cape Cod sulla costa orientale USA.